Pubblicato da: Alessia | 16 settembre 2010

La forza delle immagini

Il primo settembre, ovvero oltre un mese dall’alluvione che ha devastato il Pakistan, il Guardian pubblica questa foto in prima pagina.

Improvvisamente sembra cadere la benda dagli occhi di buona parte parte del mondo(l’altra parte guardava già nella direzione giusta e si dava da fare)e si sprecano le offerte di aiuto alla madre  di Reza e Muhammad Khan(i bambini in primo piano), alcune Ong si mobilitano per raggiungere il villaggio poco fuori Peshawar in cui si trovano e gli aiuti fioccano dopo aver languito per tutto agosto. Avete notato che non ci è stato neanche proposto un numerino al quale inviare gli sms solidali in tv, come invece è successo per terremoti ed uragani vari?Adesso è spuntato: 45504.

Senza stare ad indagare i motivi di tanta indifferenza(eravamo al mare, non eravamo in vena di catastrofi, che ci sarà in Pakistan?quattro straccioni?), vorrei concentrarmi sul potere enorme che una semplice fotografia può avere. Fermo restando che al Pakistan oggi appartiene la valle del fiume Indo, la culla di culture al livello di quelle della Mesopotamia, le cosiddette “civiltà della valle dell’Indo” e che il vicino Panjab, regione culturalmente molto vivace, riceve continuamente attacchi da parte dei talebani che iniziano a minare la vivacità e libertà del luogo senza che nessuno se ne curi(non hanno ancora trovato il petrolio, oserei).

La notizia mi giunge all’orecchio(o meglio agli occhi)proprio mentre finisco di leggere il volume dei grandi fotografi di National Geographic dedicato ad Annie Griffiths.

Già dai precedenti volumi(penso a David Doubilet, Michael Yamashita, Michael Nichols) si era reso chiaro quanto una fotografia, un reportage, un libro fotografico possano essere straordinarie modalità di fare giornalismo in maniera diversa, più incisiva oserei. Dopotutto è comprovato che la nostra mente viene maggiormente attratta ed eccitata da immagini(statiche o in movimento)che dalla scrittura. Non si prenda come una denigrazione del giornalismo scritto, per carità, dopotutto scrivere è l’unica cosa che mi riesce decentemente, non potrei mai denigrarla.

Resta il fatto che il fotogiornalismo richiede coraggio, passione, intraprendenza, fantasia e pazienza in dosi massicce oltre a un minimo di sprezzo del pericolo, vedete alla voce Joel Sartore e tutte le malattie e i funghi strani che s’è beccato o Paul Nicklen che fotografa solo in ambienti estremi come il Polo. E’ inoltre necessario, come ci chiarisce più e più volte la Griffiths, entrare in contatto con chiunque tu debba fotografare, guadagnarti la sua fiducia(anche se a volte significa lavorare, piangere e ridere con loro o portare i tuoi figli insieme ai beduini)in modo che la macchina fotografica scompaia ai suoi occhi e tu possa ottenere scatti autentici, intimi e spesso poetici.

La verità è che siamo esseri umani, con tutti i vantaggi e i limiti che la nostra condizione comporta. Nonostante ci esibiamo in contorsionismi ed astrazioni mentali, formuliamo filosofie e religioni, ci sono delle cose che ci accomunano tutti: non sappiamo di amare veramente qualcosa finché non l’abbiamo davanti, non ci rendiamo conto dell’entità delle nostre paure finché non le guardiamo negli occhi e non ci accorgiamo della gravità di un fenomeno finché non ce lo troviamo davanti nella sua forma più quotidiana e da noi riconoscibile, con l’aspetto di qualcosa che conosciamo bene ma che vediamo stravolto.

Tutti amiamo i bambini e ci inteneriamo nel vederli giocare, tutti abbiamo bevuto da un biberon o ne abbiamo comprato uno, ma trovare queste immagini familiari ricoperte di mosche e il biberon tragicamente vuoto ci turba profondamente. Molto più che sentire che la tragedia ha colpito 21 milioni di persone o che 2 miln di case sono andate distrutte.

E io non credo si tratti di fare leva in maniera viscida su sentimenti come il senso di colpa. Il fatto che veniamo presi da quest’ultimo è strettamente personale e più che normale. Che un fotografo o una fotografa ricerchino le immagini migliori, le più toccanti, le più vere o “semplicemente belle”(il titolo dell’ultimo libro della Griffiths è Simply Beautiful Photos) fa parte del loro mestiere e della loro passione. La fotografia e il fotogiornalismo diventano arte perché manipolano una semplice immagine(la scelta della luce, dell’esposizione, del punto di vista) filtrandola con ciò che chi sta scattando vede o vuole farci vedere; chiunque si sia mai cimentato con la fotografia che non sia quella dei propri amici al pub si è sicuramente scontrato con il grosso e frustrante ostacolo del non riuscire a catturare quello che stiamo vedendo. Nell’immagine scattata c’è sempre qualcosa che non va: è troppo ristretta(per questo esiste il grandangolo), la luce non è quella che vedo io, perché quel particolare non risalta come vorrei?

Sta nel superamento di questi ostacoli, nella capacità di immaginare qualcosa meglio di come la stiamo vedendo e nella poesia dello sguardo e nella sua capacità di penetrare nell’intimo della situazione la vera vena artistica di un  fotografo, anche solo di un ottimo reporter.

Per cui ben venga il fotogiornalismo e la sua capacità di (com)muoverci quando i numeri e le parole non bastano.

Anche per questo Annie Griffiths ha fondato HotPink, un’associazione di fotografe che si impegnano, col loro lavoro, a rendere visibili tutte le situazioni difficili e a volte estreme che si vivono nel mondo e, soprattutto, a farci conoscere i risultati del lavoro di chi si impegna per migliorarle.

Ci sono anche libri in cui non è un male “guardare solo le figure” :)

Pubblicato da: Alessia | 7 settembre 2010

Le tette d’Acciaio di Silvia

Il titolo di un porno di serie B?

La trascrizione di una conversazione un po’ sguaiata tra amici, tra birre e rutti in libertà?

Il nuovo romanzo di Melissa P?

Nulla di tutto ciò. Si tratta di premio Campiello. Eh, ma che vergogna, adesso premiano anche i libri erotici!

Per fortuna, neanche quello. La nostra morale è salva. O no?

L’altra sera, durante l’assegnazione del premio Campiello(quindi non alla sagra della sarciccia, per intenderci), l’esimio presentatore tal Bruno Vespa, probabilmente cercando di inserirsi all’interno di un ambiente a lui del tutto estraneo, ha colto la validissima occasione di esprimersi approfittando del fatto che a vincere il premio non fosse un topo di biblioteca ma un gran pezzo di ragazza con uno splendido abito scollato(Silvia Avallone, nella fattispecie). Volendoci rendere partecipi del suo ludibrio(stiamo ancora ringraziando)ha chiesto al cameraman di inquadrare il “fantastico décolletée della signorina”(anche se non fossero queste le parole esatte, il senso lo intuiamo); tanto perché siamo in democrazia e non è giusto che solo pochi godano di certi privilegi come frugare le scollature delle scrittrici emergenti.

Ora, divaghiamo un momento. Ho abbandonato questo nuovo piccolo blog praticamente ancora in fasce. E chiedo umilmente perdono, ma per come sono fatta io, una cosa fatta da me o è perfetta o non ha ragione di essere. Tranne quando qualcosa mi punge nel vivo. Allora me ne frego proprio e adesso comincio a pubblicizzare questo blog a destra e a manca, foss’anche dovessero restarci solo questi due articoli. Ciò che mi punge nel vivo ormai l’avrete capito cos’è. Putroppo, allo stato attuale, tutto ciò che riguarda il trattamento riservato alle donne, l’dea di donna, la mortificazione della donna ad opera anche della donna stessa.

E poi ci sono le parole. La loro importanza e l’uso che se ne fa. Perché le parole sono il mezzo principe attraverso il quale esprimere il nostro pensiero e, se non impariamo ad usarle in maniera appropriata, ci possono fregare, com’è successo al povero Vespa che, diciamocela tutta, se avesse tenuto i pensieri sconci per sé, adesso non avrebbe dato modo a nessuno di scrivere sul proprio blog a proposito della sua uscita infelice. A tal proposito, vi invito caldamente a dare un’occhiata, nel blogroll, al sito Unaparolaalgiorno.it.

Anyway, io “Acciaio” l’ho letto. Eh già, come milioni e milioni di persone in Italia(anche chi non leggeva nulla dai tempi dell’abbecedario). E l’ho gradito, molto. E’ stato quel classico amore a prima pagina che mi ha presa leggendo i primi capitoli pubblicati su una rivista. Anche perché la Avallone evidentemente ci sa fare. Sa che se non ti acchiappa per il collo alla prima pagina è difficile che tu continui a leggere oltre. E così lei ti prende e ti dice:”Vediamo se riesci a capire di che situazione si tratta” e tu ti senti subito incuriosita da una sfida del genere e una volta che il fascino delle prime pagine è passato, sei già troppo dentro a tutto il resto per uscirtene prima che il libro finisca.

Poi, quando il libro finisce tu non puoi fare altro che rispondere a chi te lo chieda:” E’ bellissimo”, cosa che ti esce fuori automatica, non ci devi neanche pensare, perché nel frattempo cerchi ancora di scrollarti di dosso i personaggi e di convincerti che non sono reali. Anche se in realtà lo sono fin troppo. Non si chiameranno Anna né Francesca, ma se hai anche solo vagamente avuto a che fare con la periferia almeno una volta nella tua vita, li riconosci subito. Magari TI riconosci subito. Questo non perché il valore di un libro stia nella possibilità di immedesimarvisi o nella sua somiglianza con la realtà(l’abbiamo superato anche nell’arte visiva questo concetto), ma perché non è affatto facile creare un mondo, un luogo, delle persone, una storia e renderli credibili. Fare in modo che tu ti commuova o rida con loro e che ti riesca a figurare perfettamente gli operai di un’acciaieria pur non avendone mai vista una, dei gatti mutanti e un’amicizia come l’avresti sempre voluta, ma hai sempre solo creduto di averla.

Da persona che legge da moltissimi anni e da molti scrive e da quasi coetanea della Avallone non ho potuto fare a meno di meravigliarmi e ammirare ad ogni pagina, ad ogni brivido, ad ogni sorriso. Sono spesso ritornata sulla foto di quella ragazza dietro la copertina, come se guardarla potesse dirmi qualcosa della sua anima, del suo talento, rivelarmi qualche segreto. A me, che da bambina sognavo di diventare scrittrice.

Ho letto una sua intervista. Ha lavorato moltissimo per riuscire a sfornare un secondo classificato al Premio Strega(che io considererei comunque primo dato il diverso bacino di pubblico al quale si rivolge il primo classificato “Canale Mussolini”). Anni e anni a studiare le parole, la loro forza veicolante e i loro significati più profondi attraverso la poesia, letta e prodotta e poi lo studio e la metodicità nella scrittura. L’ho ammirata perché non sarei capace di tanta dedizione, nemmeno a ciò che trovo di più affine alla mia anima, la scrittura e la lettura. E’ una persona convinta che il duro lavoro e la gavetta siano imprescindibili per raggiungere certi risultati. Non che sia l’unica, ovvio, ma quel che ci interessa sapere, non appena riceve il premio Campiello è: ma quanto sono belle le sue tette?

Io ci sono tornata spesso sui tratti della Avallone guardando quella foto, credo davvero che l’aspetto di una persona spesso possa comunicarci qualcosa, parlarci sottoforma di sensazioni visto che, grazie al cielo, non siamo solo testa e ragionamenti intricati, ma siamo anche intuizione ed empatia. Purtroppo non credo che Vespa cercasse qualcosa di particolarmente profondo nel carattere della Avallone all’interno della sua scollatura. E dire che lei è quella che ha fatto urlare ai suoi personaggi di fare ministro una lapdancer particolarmente sensuale, incappando anche in un errore cronologico pur di criticare la velinaggine in Parlamento(non ho nulla contro le veline, anzi le trovo tenere).

Poveraccia non voglio neanche immaginare come si sarà sentita. Noblesse oblige, ma probabilmente ci farà sapere…

Come ha già spiegato benissimo Michela Murgia su Il Fatto Quotidiano, non si tratta(come si è cercato di farlo passare) di un complimento evitabile, forse un po’ infelice, ma di una vera e propria esposizione del corpo della giovane scrittrice alla platea presente e a quella, molto più numerosa, televisiva. Ignorando, evidentemente e volutamente, qualsiasi altro merito l’avesse portata su quel palco. E non avendo neanche letto il libro(dicevo, l’ha letto anche chi era rimasto all’abbecedario), altrimenti sarebbe stato ben consapevole delle opinioni della signorina in merito a tette, culi e altre amenità da fascia protetta. Almeno poteva farsi fare un riassunto(buono)dal portaborse!Mi offro volontaria!Manco quello eh?Vabé, tant pis…

Ed è inutile commentare che se la Avallone non voleva che le guardassero le tette avrebbe dovuto indossare un elegantissimo burqa di Valentino!La vogliamo finire di dividere le donne tra puttane e mogli?Tra puttane e intellettuali?Tra puttane e racchie?L’elemento costante in questa ideologia mi sembra chiaro: la puttana. Se una si scopre un po’ è puttana. Stop. E’ chiaro, bianco o nero, che le sfumature sono troppo impegnative. Ormai è assodato che il seno, il sedere e tutto ciò che di vagamente erotico può esserci in una donna esista solo ed esclusivamente per il piacere maschile, per farlo guardare, apprezzare e farci fare le pippe sopra(farci sesso nel migliore dei casi). Il corpo non ti appartiene più nel momento stesso in cui decidi di valorizzarlo con un bell’abito o anche solo con un  bel paio di jeans.

Vi sembra sensato?Non posso più scegliere un bel vestito che mi faccia sentire una regina per una serata importante nella quale sarò protagonista….perché qualcuno crederà che l’abbia indossato per farmi frugare ogni lembo di pelle scoperto, per accendere le fantasie sessuali di nonni, padri e figli???Per farmi dire che bel culo e che belle tette che ho?Possono anche essere belli, mi può far piacere che lo siano, ma sicuramente non avrò comprato 600 euro di vestito per farmi apostrofare dagli altri come se mi trovassi sul ciglio di una tangenziale!

Putroppo non sarà mai abbastanza chiaro. Se Ewan McGregor indossa uno splendido completo Armani sul red carpet sarebbe fuori luogo mettersi a fare battute sulla voluminosità del suo pacco, ma c’è sempre spazio per un commento peperino sul seno di una scrittrice.

Meditate gente….E già che ci siete leggetevi “Il corpo delle donne” di Lorella Zanardo. Sì, ora è anche un libro. Che due palle queste femministe racchie.(Se non fossero racchie starebbero su un surf in gonna e perizoma a Buona Domenica, no?)

 

Pubblicato da: Alessia | 25 gennaio 2010

Il corpo delle donne

Sono felice che il primo post del mio nuovo blog sia questo.
Da molto tempo mi dicevo che avrei dovuto guardare questo documentario, ne avevo sentito parlare, ma mettevo tempo.
Si tratta de “Il corpo delle donne” di Lorella Zanardo e Marco Malfi Chindemi, vi basterà cliccare sul nome per poterlo visionare,dura 25 minuti che sembrano cinque in realtà e poi saranno sicuramente ben spesi.
Avevo le idee piuttosto già chiare in effetti, in questo senso posso dire che le riflessioni del documentario non mi risultano nuove cosiccome non credo risulteranno a chiunque di buon senso si sia fermato ogni tanto a riflettere su ciò che gli, o le, passa sotto gli occhi quando accende la televisione, sfoglia una rivista o semplicemente si guarda attorno con attenzione.
Sono e sono sempre stata una strenua sostenitrice dell’enorme potere del corpo femminile, in senso tutt’altro che sessuale. Del resto ce lo insegna la storia e ce lo grida l’arte di tutti i tempi. E’ probabile che nell’essenza del potere che sentiamo emanare dal “femminile” ci sia qualcosa di ancestralmente legato alla sessualità, al compito generativo esclusivo ad esso affidato che incute timore e reverenzialità. A farci bene caso, nonostante le apparenze(documentari in tv, scritti scientifici e non, immagini di donne incinte che sbucano su tutti i giornali)il parto è ancora una delle cose di cui si parla di meno, si cerca di voltarsi dall’altra parte con la scusa che sia qualcosa di intimo, ma probabilmente è quanto di più vicino alla magia e al miracolo possiamo immaginare e, al contempo, una forza che difficilmente riusciamo a dominare(si soffre ancora come delle bestie e non si possono contrastare, grazie al cielo, le modificazioni che la gravidanza pretende da noi donne). Dicevo, è probabile che l’imponenza di un corpo di donna(foss’anche di un metro e cinquanta) ci derivi da fattori che tutto hanno a che fare con la sessualità, ma, sono sicura, non col sesso in senso stretto, come invece ci è piaciuto credere e far credere da quando ci siamo accorte che tanto potere (ci) faceva paura. Senza nulla togliere al sesso maschile(davvero, non sto facendo pseudo-femminismo del cavolo) è comprensibile che gli uomini si siano sentiti intimoriti dall’idea che, qualsiasi cosa possano pensare delle donne, sarà sempre grazie ad uno di quei corpi che esistono; d’altronde quei pochi uomini disposti ad ammetterlo, quando e se si decidano a parlare di gravidanze e parti, si dichiarano spesso scioccati e sconcertati(naturalmente non sempre in negativo),  persino invidiosi della simbiosi madre-figlio. E’ quindi comprensibile che, anche inconsciamente, abbiano voluto affermare il loro ruolo nel mondo come nella società in modi che spesso finivano(e finiscono) per tentare disperatamente di escludere o quantomeno di mettere in difficoltà e sminuire la donna. Ah, affermare un ruolo che, tra parentesi, nessuno aveva mai messo in discussione, se non loro stessi. E’ comprensibile, certo, e infinitamente da condannare. Ma su questo si potrebbero scrivere(e credo sia già stato fatto)interi trattati e bisogna che io scelga un filo da seguire in questa sede. Quello su cui intendo focalizzarmi e a cui fa anche chiaramente appello il documentario, è il rabbioso, rattristato, incredulo e infinitamente ripetuto interrogativo: perchè le donne hanno deciso di autoimporsi, rispettare passivamente o semplicemente far passare inosservati dei comportamenti e degli stereotipi che mirano innazitutto a far perdere credibilità all’intero genere tramite poca e sbagliata rappresentanza?

Siamo davvero convinte di quello che stiamo facendo quando, guardandoci allo specchio, non facciamo altro che trovarci difetti ripensando al cartellone pubblicitario che abbiamo appena superato con l’auto dal quale la modella ammiccava, in sexyssima lingerie, da dietro gambe chilometriche e grissiniformi, seni stile hentai giapponese e addome inesistente con un viso senza età e senza espressione altra che quella di un artefatto desiderio sessuale?E’ quantomeno scientificamente interessante che sia necessario utilizzare donne seminude, prodotte in serie dal Photoshop, in atteggiamenti languidi per vendere cosmetici e lingerie ad altre donne!Forse per dirci che è così che vorremmo essere?Con corpi inesistenti in natura, costantemente alla ricerca di un modello abbronzato e depilato, dallo sguardo annoiato al quale avvinghiarci in atteggiamenti di totale sottomissione o giocosa dominazione?

Curiosamente, è proprio lo sguardo annoiato del(presunto)stallone di turno a lasciarci intravedere uno spiraglio di realtà, che non sarebbe difficile cogliere se solo tendessimo l’orecchio ai reali desideri degli uomini, piuttosto che tapparci occhi e orecchie e inventarceli di sana pianta come fa più comodo ai sacerdoti del merchandising, ma di certo non a noi donne stesse!Perchè un altro grottesco e innaturale comportamento che mi sono ritrovata a notare è una sorta di assuefazione maschile a  tutto ciò che nel corpo della donna è sempre stato centro di attrazione e desiderio, ammirazione ed esaltazione. Ragazzi e ragazzini nauseati di fronte alla continua esposizione da banco di macelleria di tette, culi, cosce, inguini da richiedere all’etto, al chilo, o in pacchetto completo. Gli stessi uomini che un tempo avrebbero dato chissà cosa  per poter sbirciare un centimetro in più della gamba della loro collega di lavoro, adesso giacciono con occhi vitrei sui divanetti dei pub e delle discoteche di fronte ad esposizioni che, se tutto funzionasse secondo natura, provocherebbero un orgasmo anche in un paramecio. In una società in cui il sesso diventa,per dovere di pubblicità, un  prezzemolino da infilare ovunque, dal quale non si può assolutamente prescindere(dall’amore, invece, si prescinde benissimo) e tanto più se ne fa(o si dichiara di farne)con tante più diverse persone possibile, meglio è, giovani uomini e donne si intimoriscono, diventano frigidi. E’ un po’ come accade a  Fabrizio Ciba nel romanzo di Ammaniti”Che la festa cominci”: appassionato di tramezzini(credo fossero quelli), viene portato dal padre nel “tempio”dei tramezzini con dei soldi in mano da spendere in tutti quelli che vuole; il piccolo corre da una teca all’altra estasiato senza sapere cosa scegliere e, di fronte a quell’immensità di ben di Dio, esce dal negozio frustrato senza aver comprato nulla.

Non so se rendo l’idea…Se allora l’immagine sfacciatamente pornografica e da fantasie sessuali di bassa lega che le donne propongono(o vengono costrette a proporre, pena l’anonimato)non è quella più atta a conquistare l’ammirazione e l’approvazione dell’uomo, a cosa serve?Può darsi che su qualcuno la gatta nera inguainata in un body di pelle tagliato ad arte nei punti giusti faccia presa, ma è possibile che non si riesca a distinguere una donna conciata in una certa maniera per fini commerciali e di audience da una donna vera, che vive, mangia, lavora, cammina per strada, si innamora, si sposa?

Perchè?

E allora giù di rigonfiamenti feroci anche in parti del corpo che assumono quelle forme SOLO e SOLTANTO nelle bambole gonfiabili(io non mi stancherò mai di ripetere che il labbro superiore, in natura, per quanto carnoso, sarà sempre più piccolo di quello inferiore!), in suzioni al limite del possibile, installazioni di protesi e lifting che, durante l’operazione, farebbero impallidire Jack Lo Squartatore. Le immagini del documentario sono molto eloquenti: queste donne ci fanno rabbrividire e sfido qualsiasi uomo dotato di almeno un paio di neuroni funzionanti ad eccitarsi guardandole. Perchè diamine allora lo si fa?Ci siamo convinte che questo sia ciò che gli uomini vogliono, what men want?Per mia personalissima esperienza mi sono sempre sentita fare i complimenti per la mia faccia “da cartone animato”, per via dell’enorme espressività che la caratterizza…E poi sento che tutte quelle donne si fanno fare delle iniezioni che bloccano il movimento dei muscoli facciali in modo da impedire la formazione delle rughe???Anche le attrici!Ma non dovrebbero lavorarci, loro, con l’espressività del viso?Io credo che solo in rarissimi casi queste donne siano davvero convinte che un uomo preferisca una donna senza rughe ad una che sappia dirgli tutto con una semplice espressione del viso. Per ogni essere umano, e questo vale tanto più per gli uomini nei confronti delle donne, è istintivo e di vitale importanza poter interpretare ciò che l’interlocutore pensa e prova attraverso la mimica facciale. Il fatto che una persona possa scoprire ciò che davvero stai pensando solo guardandoti in viso e negli occhi potrà anche essere imbarazzante a volte, ma è un’emozione impagabile e una tra le più grandi possibilità di espressione di cose che non saremmo capaci di dire con le parole. E si decide di farne a meno. Allora il problema deve essere di fondo. O in questi casi entra in ballo l’idiozia o davvero c’è qualcosa di profondo che si ha voglia di nascondere. La profondità caratteriale non è più apprezzata e noi allora la cancelliamo dalla faccia. E poi ci battiamo per i diritti delle donne!Quando il primo diritto che ci neghiamo è quello di avere un carattere(inteso come nelle parole della voce narrante del documentario)e delle esperienze che i colleghi uomini possono esibire sul volto e noi no, come se dovessimo essere sempre delle ragazzine allo sbaraglio, inesperte, bisognose d’aiuto e incapaci di prenderci il posto che ci spetta, come il peggio del genere maschile ci vorrebbe. Ho 21 anni e comincio a vedere delle rughe sul mio volto:bene, quelle sono i milioni di volte che ho sorriso, quelle altre i milioni di volte che ho pianto deformando il viso per la sofferenza, quelle altre ancora tutte le volte che ho strizzato gli occhi guardando il sole e non rinuncerei mai e poi mai a ricordarmi ogni giorno che ho avuto una vita piena, emozionante, vera. Un plauso alla Magnani che ha espresso molto bene cosa le rughe dovrebbero essere per una donna:un tesoro da difendere e preservare, perchè crearle in fin dei conti è l’attività alla quale avremo dedicato più tempo ed energia nella nostra vita. Si dice “metterci la faccia” e così forse è più facile capire perchè qualcuno decida di indossare una maschera di botulino e non mettercela più. Se gli uomini non sentono l’esigenza di nascondere il loro “carattere”dietro tali maschere forse è perchè non gli abbiamo mai fatto credere che li avremmo preferiti così. O per qualche altro recondito motivo che non scopriremo mai.

Per quanto riguarda lo scherzare sugli stereotipi sessuali rimando per intero alle parole del documentario: scherzare presuppone una granitica conoscenza e consapevolezza della materia, altrimenti si rischia che il sorriso si trasformi in un’orribile smorfia di idiozia e rassegnazione.

Detto ciò è bene anche che io precisi la mia posizione. Ritengo che sia profondamente giusto e sano desiderare un corpo in forma e magari anche sensuale. E’ giusto prendersi cura di se stessi, ma anche evitare gli eccessi in ogni senso. Partendo dal presupposto che non siamo noi a decidere che forma dare al nostro corpo ma è il femminile che ci “informa” e che ci rende uniche, possiamo fare molto per stare sempre meglio con noi stesse. Possiamo allenare i nostri muscoli(che risponderanno sempre in maniera individuale e daranno forma al nostro corpo per come madre natura ha deciso che dovesse essere)per poter fare in modo che anche se non molto alte e magari non magrissime possiamo risultare armoniche e gradevoli alla vista prima nostra e poi degli altri. Possiamo decidere che se ci sentiamo appesantite  e poco sane, vorremo modificare la nostra dieta, ma ascoltando sempre il nostro corpo, i suoi allarmi e i suoi desideri. Una donna che sappia ascoltare il proprio corpo e che sia disponibile a bere qualcosa insieme anche se l’alcool fa venire la cellulite e a partecipare ad una bella cena ipercalorica, fregherà sempre in curva, con qualsiasi uomo, ogni modellina “questo no, quell’altro nemmeno”. Per non parlare poi del fatto che, indubbiamente, a pancia piena si ragiona meglio e si può essere più brillanti(ammesso che l’ometto di turno apprezzi la donna brillante senza esserne intimorito, in tal caso meglio lasciarlo perdere e permettergli di trovarsi un’idiota vera). Se non ci piace la cellulite sulle nostre cosce(ma solo se è il nostro personale senso estetico a suggerircelo), possiamo provare ad alimentarci diversamente, ma senza rinunciare al gusto(o ancora peggio a mangiare direttamente!), possiamo scegliere di credere in qualche crema che potrebbe attuttire l’aspetto immediatamente visibile del problema; ma se dovessimo avere qualche migliaio di euro che ci avanza, cerchiamo di lasciar perdere la liposuzione, utilizziamo questi soldi in maniare più proficua, tanto quando lui si innamorerà di noi lo farà anche perchè abbiamo quelle belle cosce rotonde e poi ci chiederà: “ma perchè, tu hai la cellulite?Ma dove?”. Questo anche perchè ai nostri poveri maschietti hanno insegnato che una donna con la cellulite o con il seno piccolo è brutta, è impossibile desiderarla, ma ciò in linea del tutto teorica. Poi un giorno Tizio si sente dire dalla ragazza che ama, che ha un sorriso dolcissimo, che è la persona più simpatica e sensuale che abbia mai conosciuto:”Oh, dovrò proprio fare qualcosa per questa cellulite”oppure”La mia misura è una seconda” e resta come un cretino a domandarsi che cazzo vogliano dire tutte quelle diete da fame e quelle chirurgie per eliminare lì ed aumentare là dove lui si perde, su quelle gambe che venera come reliquie e su quel seno che a lui ha sempre fatto impazzire nonostante non strabordi dalle scollature.

Questa è la realtà. Non sono favolette che mi piace inventare per giustificare di non essere una modella o per cercare di incoraggiare chi vorrebbe esserlo ma non ci riesce. Dietro quelle che chiamiamo imperfezioni ci sono donne vere. E solo le donne vere possono essere amate ed amarsi veramente. Solo di recente ho scoperto che non avrei mai potuto aspirare ad un sorriso perfetto come lo avevo sempre sognato, se avessi voluto mi sarebbe toccato un intervento chirurgico che a detta dei medici era semplice, ma a me con la fobia di tutto ciò che è medico-chirurgico faceva letteralmente rabbrividire, per non parlare  poi dell’aspetto economico. Non sono perfetta, nonostante le mie convinzioni ho sofferto. Ma quando poi ho sentito il mio ragazzo e le persone alla cui opinione io tengo di più dirmi:”Ma cosa?Ma perchè questo sarebbe un difetto?” oppure farmi notare che certe particolarità non fanno altro che renderci più speciali e più simpatici ho finito per crederci anch’io. Quando poi mi sono resa conto che il mio sorriso continuava(come quando portavo l’apparecchietto!)ad attirare sguardi e complimenti nonostante io non mi fossi mai sentita a mio agio, mi sono resa davvero conto che è quello che traspare da sotto il tuo aspetto esteriore ciò che fa dire alla gente “Sei bella”.  Non posso ovviamente ergermi a paladina di tutte le ragazze che non si credono belle, è giusto anche essere consapevoli di se stessi, ed io mi rendo conto di essere abbastanza carina. Parlo in un certo modo perchè per me non è sempre stato così, sono passata attraverso la mia primissima adolescenza nella totale inconsapevolezza del mio potenziale, standoci da cani credendo che nessuno mi apprezzasse o mi avrebbe mai apprezzata. E anche adesso, se mi guardo accanto alla foto di una bella cantante o attrice di certo differenze ne trovo parecchie. Il cambiamento sta nella nuova consapevolezza e sicurezza di me stessa. Perchè mai dovrei desiderare di somigliare a qualcun’altra se coloro che apprezzo e stimo mi ammirano?Perchè dovrei desiderare un corpo da modella e un viso uguale a qualsiasi altra bellona se tutto ciò che c’è di amabile e desiderabile in me è proprio tutto quello che da esse mi distingue?

La parola chiave credo possa essere carisma. E’  lui quello che fa in modo che si avveri la raccomandazione di una saggia mamma nel racconto Come una volta mi darai la mano di Emanuela Rosa-Clot :”Ricordati, quando entri in una stanza tutti si devono accorgere che sei arrivata tu”. Credetemi, nessuno si accorgerà che siete arrivate perchè avete la bocca gonfia come un canotto e le gambe ossute. O almeno non nel senso proprio della frase :) .

Ah e un’ultima cosa, perchè le conclusioni non sono propriamente il mio forte, così preferisco chiudere in maniera un po’ brusca e atipica forse, ma spero efficace. C’è un’altra frase che mi ha colpita profondamente in questo racconto, contenuto nel volume a scopo benefico Corpi, e che, per inciso, una volts finito di leggere mi ha punta talmente nel vivo da farmi piangere come una bambina senza neanche rendermi conto del perchè lo facevo. La frase è questa:”Non importa che cosa indossi ma come lo indossi. Anche uno straccio cambia se chi lo porta si muove sentendosi una regina”; della verità della frase in sè avevo avuto già modo di rendermi conto da me, ma credo che con quello che è stato detto possiamo allargare il significato di “indossare” a tutto nostro corpo: non importa la sua forma, il suo colore, le sue rughe o le sue atipicità se chi lo possiede sa accettarlo e viverlo con la dignità e la profondità d’animo di una regina.

Dovrebbero sembrarmi brutte?

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